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Il disegno a penna su carta nel suo morbido fluire dei tratti rappresenta per me un deposito alluvionale, un luogo di risulta dove i movimenti dei pensieri si materializzano e si consolidano in forme raggelate o raggrumate. Paesaggiornaliero è la denominazione che do ai miei disegni e, per esteso, a tutta la mia produzione aspetti meno appariscenti del quotidiano con squarci di luce che si stagliano su figure affaticate in un perenne stato di dormiveglia. cartacea. Un vero e proprio giornale intimo in cui il disegno prende il posto delle parole e le immagini sono la registrazione delle impressioni della giornata. In questi spazi, malamente illuminati, convivono immagini dal contorno sfumato e altre disegnate al filo di ferro, quasi ad esemplificare ciò che prima definivo come visioni raggelate e raggrumate. Lo sfumato dei contorni, la visione non perfettamente a fuoco delle cose, è riconducibile al ricordo o all'appannamento dello stesso nella memoria, anzi proprio alla malinconia legata all'atto stesso del ricordare. Accanto alla carta, per molto tempo regina incontrastata dei miei supporti, utilizzo con profitto lamine di ottone e di rame in maniera tale da contrapporre al bianco del foglio una tonalità più calda e straniante proprio perché riflettente. Queste lamine metalliche, scalfite da segni a puntasecca , si trovano dunque a dialogare con i segni a penna sulla vicina carta per lavori da tavolo; ma quello che, ora, mi interessa di più è la sperimentazione di segni incisi meccanicamente al pantografo su lastre metalliche di grandi dimensioni; in questi pannelli si incontrano le incisioni con altri segni ottenuti per azione di sostanze corrosive. "Questi pannelli metallici consentono il nascere, in un angolo, di concrezioni matericamente più ""dense"", bassorilievi ottenuti per fusione che animano e ispessiscono la superficie consentendo il passaggio alla terza dimensione." Ricondurrei il mio lavoro a due filoni distinti. Uno parte dal disegno e abbraccia tutti i suoi derivati che implicano il segno - incisione, illustrazione -. L'altra è legata al modellato, alla creta che conclusasi come manufatto cotto può originare il suo clone, uguale e diverso, nella fusione. A ben pensarci pure le Edizioni d'Arte Cinquantunosettanta, realizzate dal foglio delle medesime dimensioni hanno la stessa valenza espressiva della superficie incisa e logorata del metallo, che mediante la trasformazione in libro,assumono la dimensione plastica dei bassorilievi e pretendono di orchestrare nel ridotto spazio di carta non materiali differenti ma diverse personalità artistiche. Non mi sento uno scultore nel senso stretto del lavoro nella terza dimensione: la terra, volte rossa a volte bianca o le due insieme, rappresenta il passaggio diretto dal foglio del disegno a penna alla morbida plasticità del bassorilievo. Considero i materiali diversi né più né meno che l'evoluzione continua di stati del pensiero. Il procedere del segno sul foglio per passare alla plasticità della creta che a sua volta dona la propria anima e sparisce per fare posto alla fusione: una modificazione degli stati e del loro continuo interreagire, il ciclo naturale delle cose............................. Queste premesse per dire che il senso del mio lavoro va cercato e trovato nella sua espressività, nelle fitta maglia che si intreccia fra i diversi materiali usati. Faccio notare che, per un lapsus calami, invece di scrivere maglia avevo scritto malia e ciò non è secondario nell'economia del lavoro. Credo all'incanto che si verifica tra le materie, una bulimia di materie e materiali, ma rigorosamente legati tra loro dal passaggio logico e fisico dei passaggi di stato e dall'interrelazione che si verifica tra essi. Vivere a Roma, tra muri di mattoni in opera incerta o reticolata, dove emergono reperti di periodi vari, ha senza dubbio contribuito a farmi amare la stratificazione che il tempo opera sulle vestigia passate, la poetica del reperto: se dovessi pensare ad un opera che mi desse l'idea di Roma e di tutto il suo essere viva da sempre, prenderei ad esempio un basamento presso il Campidoglio sotto l'Ara Coeli nel quale convivono una tale quantità di stili e di periodi diversi che si ha l'impressione di non poterli elencarli tutti. Questa opera indefinita mi ha sempre stregato per la molteplicità dei materiali e dei frammenti e, proprio per questo, ha sempre suscitato il mio interesse. La molteplicità di immagini, è ciò che vado cercando nel mio lavoro . Una apparente diversità di proposte che, ad uno sguardo successivo, acquista somiglianze, analogie contatti e coesione attraverso il passaggio dalla pittura -che ha caratterizzato per molti anni l'aspetto pubblico del mio lavoro- alle diverse discipline alle quali ricorro per rappresentare le idee di percezione e di organizzazione dello spazio che ne gli anni sono andato maturando. La ragione per cui dicevo di non sentirmi uno scultore sta nel fatto che utilizzo la plasticità come uno degli stati possibili del mio fare artistico e non quello unico possibile e conclusivo. Mi viene da pensare che per molti anni il mio lavoro è consistito nell'annullare o nel marginalizzare la riconoscibilità delle immagini. La pratica costante del disegno mi ha dato modo, a differenza della pittura e della plastica, di mantenere integro, ove compariva, il dettaglio naturalistico o l'immagine vera e propria. Solo successivamente mi è stato chiaro che, nella pratica dell e tecniche di persistenza/""lunga durata"", innescavo un meccanismo autocensorio rispetto alla figuratività e alla riconoscibilità propriamente detta, per cui il mio celare immagini acquisiva il valore di uno schieramento ideologico a-prioristico. Questa, e non solo, è la ragione per cui sono profondamente grato al disegno che mi ha permesso, con la sua velocità di appunto, o spunto di idee realizzabile in un tempo relativamente breve, di non avere il tempo di cancellare l'impronta tracciata." Questo procedere libero da autocensure - in effetti il celare le immagini delle cose non è stato altro che adeguarmi, allinearmi a posizioni ideologiche -mi ha consentito di costituire un archivio, il mio Paesaggiornaliero, di soggetti i più disparati ma riconducibili in un ambito ristretto di cieli nuvolosi o annuvolati tout cour, muri rinsecchiti dal vento e dalla salsedini, capelli di teste evanescenti scomposte dall'umidità del libeccio, mani che cercano il calore o il conforto di altre mani nella solitudine di stanze da rinfrescare, geometrie sgangherate che producono effetti di distorsione e di allucinazione, anfratti boschivi dove prosperano ampie distese di muschi ed esangui fili d'erba, piante grasse boriose della loro vizza carnalità. Il disegno è in sostanza un campo aperto, un'arena di proposte visive da abbinare o da eliminare nella composizione avendo sempre cura di evidenziare un'anima di malinconia e struggimento per il tempo che è stato.. Di fatto ritrovo lo stesso struggimento negli erbari mal pressati o non conservati a dovere in cui l'essiccamento/appassimento convive con il ricordo doloroso e contorto di una liquida vitalità e l'affievolimento dei colori non ci rende i reperti più leggeri ma ci comunica la pesantezza della recisione. Il liber mutus ha la peculiarità che l'osservatore, non avendo parole da leggere, può liberamente ricostruirsi la storia, la sua storia. I disegni che insieme raccontano una storia, o tutte le storie secondo il loro collocarsi o il posizionarsi all'interno della custodia, come le figurine di paesaggi ricomponibili all'infinito del Settecento. Il diario è in effetti un atto di devozione che ha regole precise: in questo periodo i disegni diaristici sono contrapposti tra loro, uno fa il verso all'altro per piccole similitudini di forme, assonanze, libere associazioni di idee o per riferimenti traslati. Mi invento di volta in volta regole da seguire per poterle abbandonare alla prima occasione, per rimettere in gioco nuove immagini, nuovi squarci di domestiche rarefazioni. E' innegabile che la lucidità , le diverse lucentezze del l'ottone hanno preso il posto delle tonalità cromatiche che caratterizzavano tutto il primo periodo del mio lavoro pittorico. Una buona strada per leggere la superficie metallica è di vederla come una grande incisione calcografica che non ha bisogno di essere stampata perché i suoi valori tonali si concludono con il gioco dei chiaroscuri delle parti incavate. Anche l'effetto bocciardato della superficie metallica ha una resa più plastica di quanto ne abbia il medesimo trattamento sulla terra bianca o rossa a dimostrazione che la fusione non è mai mera riproposizione in altra forma di un calco ma un processo creativo, un figlio non clonato, che dalla madre-matrice prende solo alcune caratteristiche sviluppando autonomamente delle proprie. Non è particolarmente interessante da un punto di vista espositivo far convivere nel medesimo luogo opere realizzate in materiali diversi, quali fusioni e terrecotte, perché se ne trae sovente una impressione di pot-pourri, un melange che si traduce in una confusione di pensiero spaziale. Ma un sistema scenografico di pennellature e di progettazione luminosa può ovviare alla compresenza di opere di materiale diverso. Tra le tecniche.con le quali mi cimento attualmente non disprezzabile come risultato è la bocciardatura della lamiera di ottone, in positivo e in negativo, la utilizzo per ottenere un effetto disegno che ben evidenzia le diverse luminosità della superficie. Mi si chiede cosa stanno a rappresentare drappi tappeti trattati a bocciarda: un elenco alla rinfusa può suonare nel seguente modo: leggerezza, interno borghese, familiarità ed estraneità nei confronti di oggetti familiari-casalinghi. Ancora una volta il quotidiano preso attraverso suoi elementi insignificanti o banali. Effettivamente con l'uso del legno che accompagna i lavori in metallo si sta creando un ulteriore complicazione dell'immagine globale dell'opera : essa deve fare i conti con un materiale altrettanto prepotente che vuole dire la sua in ogni caso con le sue venature per questo cerco di stemperare la vivacità del legno con mordenti. "Non dimenticare di evidenziare l'importanza dell'acqua nella progettazione continua di fontane, sia monumentali che di dimensioni ridotte come quella conica a doppia bevuta ""umana e canina"" da collocarsi nei parchi o sui marciapiedi." "Mi preme a questo punto fare proprio il punto delle mie Edizioni d'arte e non esclusivamente a ""Cinquantunosettanta"" ma quelle che nascono parallelamante a curatele ed a riflessioni specifiche sul ruolo dell'artista rispetto alle generazioni che lo precedono o che lo seguono." """Cinquantunosettanta"", a parte tutte le considerazioni sulla kermesse modello Hully-Gully rispetto al numero dei coprotagonisti , è sostanzialmente una presa di posizione ed una riflessione sulle varie tecniche di riproduzione artistica e sulla riproducibilità dei testi e delle immagini in un'unica soluzione in un'arenante nitore in cui porre personalità diverse si confrontano ad armi pari e senza esclusione di colpi e senza spreco di carta e di energie Mi pare importante precisare che già da subito con ""Isole con Pruni""fosse chiara la logica dell'operazione:una riflessione intorno a me stesso, come anagrammi di Enrico Pulsoni, e disegni che accompagnassero versi concatenatisi in litografia che considero la tecnica più congeniale" per il mio modo di impostare la grafica. """Duetto-duello"", in effetti uscito per terzo ha significato rimettermi in discussione con un artista con il quale ho condiviso, e non solo agli esordi, alcuni temi basi della mia ricerca mediante attraverso due lastre, la sua di rame e la mia litografica. Dopo esserci divisi gli spazi abbiamo lavorato ciascuno alla sua matrice. |